la bottega del calciofilo

Parole di calcio di Emanuele Giulianelli (@EmaGiulianelli)

Archivi per il mese di “gennaio, 2014”

Más Tottista que Totti

La figurina di Emanuele Giulianelli sull’ultimo numero della rivista Panenka!

Tottista

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Super Santos, tra calcio e letteratura con Dallunoallundici

retesportFinalmente potete ascoltare il podcast della trasmissione Super Santos andata in onda su ReteSport il 25 gennaio nella quale abbiamo parlato di Dallunoallundici – Storie di ordinaria calciofilia.

La chiacchierata avuta con Camilla Spinelli e Simone Conte è stata una bella occasione per parlare di calcio in modo diverso dal solito, fuori dai soliti schemi, nel pieno spirito della bottega del calciofilo e di Dallunoallundici.

Potete ascoltare il podcast della trasmissione qui:
http://www.retesport.it/2014/01/28/super-santos-25-01-dall-uno-all-undici

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Potete contattarmi per qualsiasi chiarimento a emanuele.giulianelli@gmail.com

Turks & Caicos su Panenka

tcSul numero 26 (gennaio 2014) della rivista in lingua spagnola Panenka è stato pubblicato un mio articolo su una storia curiosa che riguarda la nascita della nazionale di calcio di Turks & Caicos, ultima nella classifica Fifa, e del suo primo ct, Gino Pacitto: Italian, of course.
La rivista si può acquistare al link: Número 26 Panenka

Su La bottega del calciofilo, invece, pubblico l’articolo integrale in Italiano.

Gino Pacitto nasce nel 1945 a Roma, in una città ferita dalle bombe alleate e dai rastrellamenti tedeschi, stremata dalla rappresaglia nazista e dalla fame.
Nel 1948 emigra insieme alla sua famiglia a Caracas, in Venezuela, dove frequenta la scuola spagnola dei Salesiani. Mostra sin da bambino una spiccata attitudine per lo sport, giocando a basket e arrivando a disputare gare di nuoto a livello nazionale.
Nel 1958, al suo ritorno in Italia, trova l’amore che condizionerà tutta la sua vita: il calcio. Il giovane Pacitto inizia a giocare con l’Ina Casa calcio, una squadra dilettantistica del quartiere Quadraro: il suo talento innato lo fa arrivare a debuttare in prima squadra all’età di 15 anni.
Arriva, quindi, la chiamata della Roma per un provino di due settimane, agli ordini dell’allenatore argentino Juan Carlos Lorenzo, una leggenda vivente. In quella squadra, insieme a lui, c’è gente del calibro del portiere Fabio Cudicini, di Giacomo Losi, di Giancarlo De Sisti e di Pedro Manfredini: il ragazzo non mostra alcun timore reverenziale e impressiona talmente la dirigenza giallorossa che inizia una trattativa con l’Ina Casa per portarlo a vestire la maglia della Roma. Da calciatore professionista, in Serie A.
Purtroppo il trasferimento non si concretizza, per divergenze tra le due società. La delusione è talmente tanta che, dopo poco, all’età di 17 anni, Gino decide di smettere di giocare a pallone.
Ma un amore grande come il suo non può finire così, non si può spegnere un fuoco che arde nel petto solo per una sconfitta, se pur pesante come quella del mancato ingaggio in Serie A.
Così, nel 1965 Pacitto emigra in Canada e riprende da lì la storia che aveva interrotto: disputa vari campionati nel massimo campionato canadese con la squadra degli Italiani di Sudbury, in Ontario e, dopo aver definitivamente smesso di giocare, intraprende anche la carriera di allenatore.
Tutto questo fino al 1997, vero Gino?
“Sì, perché in quell’anno decisi di partire di nuovo: destinazione Turks and Caicos”.
Forse qualcuno di voi ha letto questo nome sui coloratissimi francobolli illustrati con i personaggi di Walt Disney che spopolavano nei primi anni ottanta; ma penso che la maggior parte di chi sta leggendo questa storia non sappia minimamente dove si trovi Turks and Caicos.
Le due parole in maiuscolo sono i nomi delle principali isole di un arcipelago situato nell’Oceano Atlantico: un paradiso della natura, dalle spiagge incontaminate, dove si vive di pesca e turismo.
Un paradiso in Terra.
Politicamente il Paese è un Territorio d’oltremare britannico e conta 33000 abitanti distribuiti sui poco più di 400 kmq di estensione territoriale. Nell’arcipelago i nativi praticano soprattutto il rugby, gli sport d’acqua e la pesca sportiva.
E il calcio? Ora ne parliamo.
Pacitto a Turks and Caicos mette su un’azienda immobiliare, senza mai dimenticare il suo amore per il calcio che lo segue anche lì.
“Quando arrivai nell’arcipelago – racconta Pacitto – conobbi un gruppo di espatriati inglesi, irlandesi e scozzesi amanti del calcio. Quelle persone avevano appena costituito la TCIFA, la Federazione calcistica di Turks and Caicos”.
Ora vi chiederò uno sforzo di fantasia: cancellate dalla vostra mente le immagini della Champions League, dei calciatori iperprofessionisti europei o sudamericani, delle pay tv, degli stadi da 100000 posti pieni e sostituitele con quelle di un gruppo di immigrati provenienti dai posti più disparati del mondo su un’isoletta caraibica che corrono e sudano sotto il sole alle 7 di sera, terminato il lavoro, e prendono a calci un pallone ridendo e mandandosi a quel paese per un gol sbagliato.
Vi verrà in mente una specie di oratorio. Sì, magari nei Caraibi, ma il genere è quello.
Invece no, non è l’oratorio: è l’inizio del calcio a Turks and Caicos.
“Giocavamo due o tre volte la settimana, più che altro per fare esercizio fisico e tenerci in forma. Un giorno mi chiesero se volevo dare loro una mano a sviluppare il calcio nell’arcipelago: accettai di buon grado, per la grande passione che ho sempre nutrito per il pallone”.
Ed ecco i primi passi della neonata TCIFA.
“Da quel momento abbiamo creato la lega scolastica, la lega per le squadre minori, la lega femminile e quella maschile di Turks and Caicos. E’ venuto fuori un bellissimo progetto messo in piedi con i vari gruppi etnici presenti, haitiani, inglesi, francesi, canadesi e via dicendo. I calcio prese piede rapidamente. Tutti noi coinvolti nell’organizzazione lavorammo gratis per il benessere di tutti a Turks and Caicos”.
Il progetto va avanti e cresce sempre più, fino a quando, nel 1999, la FIFA decide di stanziare 2 milioni di $ per lo sviluppo del calcio sulle isole: il requisito, però, per ottenere i finanziamenti è che la rappresentativa di Turks and Caicos partecipi alla Coppa del Mondo del 2002. Con poco più di 30000 abitanti provenienti da ogni parte del mondo, senza neanche uno stadio vero e proprio dove giocare a calcio, i pionieri decidono di mettere su una squadra nazionale che porti il vessillo della nazione alla manifestazione calcistica più importante del pianeta.
Per il ruolo di allenatore viene scelto Gino Pacitto, l’uomo che ha più esperienza di calcio nell’intero arcipelago.
Arriva così il debutto nella Coppa del Mondo: il 18 marzo del 2000 a Basseterre, davanti a poco più di 800 spettatori, Turks and Caicos affronta i padroni di casa di St.Kitts and Nevis e perde per 8-0. Ma non importa, quel giorno rimarrà per sempre nella storia del piccolo arcipelago caraibico. E del calcio.
Comunque l’avventura della neonata nazionale prosegue, nonostante la pesante sconfitta nel doppio confronto, con un risultato totale, tra andata e ritorno, di 14-0 per mano di St.Kitts and Nevis.
La sfida è servita per presentarsi al mondo da protagonisti, ma anche e soprattutto per accedere al progetto di finanziamento “Fifa Goal Programme” grazie al quale si iniziano a costruire a Turks and Caicos i primi campi regolamentari, adatti a ospitare match internazionali.
Gino Pacitto, però, è costretto a lasciare il suo incarico di allenatore della nazionale nel 2003, dopo aver ottenuto anche una vittoria in amichevole contro le Bahamas.
“Non riuscivo più a conciliare il lavoro da commissario tecnico con quello di immobiliare. Del resto la situazione del calcio nell’arcipelago risente molto del fatto che tutti, calciatori e staff tecnico, ancora oggi non sono professionisti e devono conciliare il loro lavoro quotidiano con gli allenamenti e le partite con la nazionale”.
Turks and Caicos, da quella prima sfida per le qualificazioni ai Mondiali del 2002, disputa solo 14 partite ufficiali, con 2 vittorie, 1 pareggio e 11 sconfitte.
“Ma non è il solo fattore che ha frenato lo sviluppo del lavoro che io e gli altri pionieri abbiamo iniziato: nel 2008 molti espatriati hanno perso il lavoro a causa della crisi e circa 8000 persone sono dovute andare via dalla nazione. Il calcio, logicamente, ha risentito pesantemente di questa situazione, visto che la nazionale è costituita da giocatori che provengono da molti Paesi d’origine diversi”.
Nonostante oggi Turks and Caicos occupi l’ultimo posto nel ranking Fifa, in coabitazione con il Bhutan e San Marino, Gino Pacitto è orgoglioso del lavoro svolto: “Ci vorranno due o tre generazioni prima che la squadra possa competere a livello internazionale; ma la cosa importante è che abbiamo messo in piedi una buona organizzazione che lavora bene e, soprattutto, che alcuni ragazzi sono riusciti a ottenere di poter studiare gratuitamente in università americane con borse di studio ottenute grazie al calcio”.
Non è facile scendere in campo quando sai che la tua nazionale è l’ultima del ranking mondiale, ma sai che comunque vuoi dare tutto per quello che senti essere il tuo Paese. Avendo una popolazione, come già detto, proveniente dalle più varie parti del mondo, per Turks and Caicos c’è una difficoltà in più nel mettere in piedi una nazionale competitiva: l’elegibilità. Non sono molti, infatti, i ragazzi che hanno tutti i requisiti di passaporto in regola per poter essere convocati nella rappresentativa: ciò nonostante le prospettive di crescita ci sono, legate al fatto che tra qualche anno saranno sempre di più i figli di espatriati o immigrati nati e cresciuti nell’arcipelago.
Il contatto tra gli Stati Uniti e questo arcipelago caraibico è ricco e intenso, al punto che, pur essendo un possedimento britannico, la moneta corrente utilizzata è il dollaro americano.
Sarà anche per questo che le spiagge di Turks and Caicos sono meta di vacanza delle star di Hollywood o dei grandi dell’NBA. Al banco dell’Infiniti bar dell’isola di Providenciales è facile trovarli che conversano amabilmente davanti a un drink e, soprattutto, lontani dai fotografi.
L’isola è la più grande e popolosa dell’arcipelago; l’aeroporto internazionale ivi situato offre collegamenti con Londra e il Canada, oltre che con gli USA.
Oggi Gino Pacitto continua a gestire la sua società immobiliare a Turks and Caicos insieme a una pizzeria nella Repubblica Domenicana. Intanto il calcio nell’arcipelago va avanti.
Leader della squadra nazionale è senza dubbio Gavin Glinton, che vanta importanti esperienze nella MLS americana con i Los Angeles Galaxy, accanto a David Beckham, con i San José Earthquakes. Oggi, a 34 anni, gioca in Viet Nam.
Un nome da segnalare è sicuramente quello del ventiduenne attaccante Billie Forbes, in forza agli statunitensi del Mississippi Brilla: un ragazzo che ha i numeri per diventare davvero un buon giocatore e che sta diventando una star nel suo Paese.
Cresciuto nelle squadre di college americane, Billy è stato il più giovane calciatore a esordire con la maglia del suo Paese in un match ufficiale Fifa, a 16 anni contro i vicini di Saint Lucia.
Non sappiamo cosa riserverà il futuro alla nazionale del piccolo arcipelago, ma sappiamo che una storia affascinante come quella della nascita del calcio in quelle isole dell’Atlantico valeva la pena di essere raccontata: la storia di un italiano amante del pallone che emigra per mettere su un’azienda immobiliare e si trova a inventare una federazione e una nazionale che possa competere per la Coppa del Mondo.
E l’abbiamo fatto. E’ il sogno del calcio.

Emanuele Giulianelli
emanuele.giulianelli@gmail.com
@EmaGiulianelli

Dallunoallundici su Televideo Rai

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Wanted Berisha

beriEra fatta?
C’era l’annuncio ufficiale dell’Halmstads?
Maestri del copia-incolla internet-radio-stampa-tv, dove siete?

Domani a Super Santos su ReteSport

ssantosDomani sabato 25/01/2014 dalle 18:00 alle 18:30 sarò ospite della trasmissione radiofonica Super Santos, condotta da Camilla Spinelli e Simone Conte, in onda su ReteSport.

Si parlerà di Dallunoallundici – Storie di ordinaria calciofilia, oltre a qualche chiacchiera di calciomercato.

A Roma la frequenza di ReteSport è sui 105.600 Mhz.
Su Sky si trova sul canale 9600.

Si può seguire in tutta Italia in streaming qui: ReteSport

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Brunei: il calcio del Sultano

bruneiGran bella iniziativa in edicola oggi su ExtraTime della Gazzetta dello Sport: “Messaggio da Sud-Est“, una panoramica sul calcio nel Sud-est asiatico.
Il mio contributo è stato un articolo sulla situazione in un posto davvero insolito per il mondo pallonaro: il Brunei.
Ecco l’articolo integrale:

Non è andata bene l’avventura del primo calciatore italiano in Brunei: l’ex attaccante di Parma, Empoli e Palermo Davide Matteini si è recato nel sultanato per valutare di persona un’allettante proposta ricevuta per giocare nella maggiore squadra del Paese, il Brunei DPMM, ma ha rifiutato. Troppe le differenze culturali, troppo difficile adattarsi a uno stile di vita così diverso da quello occidentale, soprattutto per un ragazzo che ha lasciato due figli a Pisa e ha appena avuto un grave lutto familiare.
Matteini torna in Italia, ma il calcio in questo piccolo Stato del Sud-est asiatico continua a crescere.
La Brunei Super League, il massimo campionato, è nato nel 2002: al torneo partecipano 10 squadre, l’obiettivo è di raggiungere entro il prossimo anno il livello semiprofessionista; fino a oggi, infatti, i calciatori del Brunei sono in gran parte dilettanti.
Su una popolazione di 400 mila abitanti, 1400 sono tesserati per le squadre di calcio.
Il Brunei DPMM, di proprietà dell’erede al trono Al-Muhtadee Billah, ex portiere a sua volta, è l’unica squadra composta da professionisti del Paese e non milita nella Super League locale, ma nella S.League di Singapore, dopo aver giocato anche nella lega della Malaysia. La scelta è figlia sia di motivi calcistici, legati a un livello più alto della competizione rispetto a quello poco più che amatoriale della Brunei Super League, sia (soprattutto) a ragioni commerciali, a una partnership da rendere sempre più salda tra il sultanato e Singapore.
Il sultano è uno degli uomini più ricchi del mondo e ama lo sport, soprattutto le auto e il golf. Famosa è la passione del figlio Abdul Hakeem Jefri Bolkiah per il tiro a volo: gareggiando in quella specialità è stato il primo olimpionico della storia del Brunei, nel 1996 ad Atlanta. Salì alla ribalta delle cronache quando, per migliorare il carniere (vuoto) di medaglie, propose al tiratore italiano Ennio Falco di gareggiare per il Brunei. Il compenso proposto era di 2 milioni di dollari, con la possibilità di allenarsi in un impianto faraonico.
Ennio rifiutò, ma non per lo stile di vita poco occidentale: per la bandiera che non voleva tradire.
Emanuele Giulianelli

Riproduzione riservata

Tempi supplementari

 

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Kosovo, intervista esclusiva al c.t. Albert Bunjaki

kosovoflagBATTERE LA POLITICA È LA SFIDA DEL KOSOVO
Il cittì Albert Bunjaki ha un obiettivo: le qualificazioni del Mondiale 2018
«Il nostro futuro sarà brillante: stiamo migliorando squadre e infrastrutture»

Tra il compromesso e il pasticcio il confine è sottile. Come quello che separa l’autoproclamata Repubblica del Kosovo dalla Serbia, che stenta ad accettare la legittimità dell’indipendenza di quella che considera una sua regione.
Sono passati 625 anni dalla battaglia di Kosovo Polje, battesimo della nazione serba, e 5 dalla separazione di Pristina da Belgrado: la politica cerca una strada affinché le due capitali tornino a parlarsi, a legittimarsi a vicenda.
Il calcio intanto va per la sua strada. La Fifa ha stabilito in questi giorni che la nazionale del Kosovo potrà disputare amichevoli contro altre compagini affiliate, ma senza esporre bandiere o suonare inni nazionali; inoltre alla rappresentativa sarà vietato giocare contro altre squadre dell’ex Jugoslavia.
Albert Bunjaki, quarantaduenne allenatore reduce da un’importante esperienza in Svezia sulla panchina del Kalmar, è il c.t. del Kosovo: per il suo incarico si avvale della collaborazione di una vecchia conoscenza del calcio italiano, Tord Grip.
“Tanti anni di isolamento del nostro calcio – spiega Bunjaki – richiederanno impegno da parte nostra per recuperare il tempo perduto. Nonostante gli ostacoli, però, abbiamo costruito un modello operativo efficiente e formato da zero nuove rappresentative nazionali per le varie età. Oltretutto abbiamo lavorato per implementare un database che raccolga i dati di tutti i giocatori di origine kosovara che militano in Europa”.
Cosa pensa delle restrizioni che vi ha imposto la Fifa?
“Penso che la decisione presa sia comunque un passo positivo verso una vera presenza del Kosovo nel calcio internazionale. Le limitazioni decise dalla Fifa sono temporanee e siamo sicuri che presto verranno superate. Il nostro obiettivo è partecipare alle qualificazioni per i Mondiali del 2018 in Russia”.
Quali sono i vostri rapporti con la Serbia?
“A causa delle vicende passate non ci sono relazioni con Belgrado e la sua Federazione calcistica, mentre con Croazia e Slovenia c’è cooperazione. Comunque la questione del pieno riconoscimento internazionale del Kosovo e del suo calcio è politica e, come tale, richiede soluzioni politiche”.
Il calcio può aiutare la politica?
“L’arte, lo sport, la cultura hanno un ruolo importante nel processo di riconoscimento di una nazione. Attraverso il calcio proveremo a far conoscere il Kosovo e i suoi valori nel mondo. Questo è il contributo che possiamo e dobbiamo dare”.
Che futuro ha il calcio in Kosovo?
“Brillante. Stiamo migliorando le infrastrutture, puntiamo non solo sui talenti che oggi militano nelle squadre europee, ma vogliamo far crescere una nuova generazione di giovani calciatori che ci porti a competere ad alto livello nel giro di pochi anni”.
Come sceglierà i giocatori per la nazionale?
“In Europa abbiamo ottimi calciatori come Shaqiri, Behrami, Januzaj, Cana, Dzemaili, Berisha: le nostre porte sono aperte a tutti i kosovari che vorranno unirsi a noi. La decisione finale spetterà a loro: la Fifa non potrà vietare a nessuno di indossare la maglia del proprio Paese”.
Intanto la più grande promessa del calcio kosovaro Adnan Januzaj del Manchester United ha appena rifiutando la proposta di giocare nella nazionale inglese per rappresentare il suo Kosovo. Un buon inizio.
Emanuele Giulianelli

da Il Messaggero di oggi, 20/01/2014

Riproduzione Riservata

Sondaggio: Serie A a 20, 18 o 16 squadre?

SERIE-A-2013-14-300x199Credo che, visto l’enorme gap esistente ormai da anni tra le prime e le ultime formazioni della Serie A, sia giunto il momento di ridurre il numero delle partecipanti al campionato.
Voi cosa ne pensate?

Vi propongo questo sondaggio:

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